La plastica riciclata può derivare da due tipi di processi: il riciclo meccanico, che tritura gli imballaggi e utilizza i granuli per la lavorazione, e il riciclo chimico. Quest’ultimo utilizza, il più delle volte, un processo ad alta intensità energetica e di carbonio. I rifiuti plastici vengono trasformati in olio di pirolisi, composto altamente corrosivo che deve essere (per non danneggiare gli impianti) ampiamente integrato con nafta vergine, derivato del petrolio.
In questo modo si ottiene una plastica da riciclo chimico in cui, in realtà, la parte riciclata può costituire al massimo il 5% del totale.
L’inchiesta
Un’inchiesta giornalistica transfrontaliera ha approfondito questo fenomeno, che porta sugli scaffali dei nostri supermercati imballaggi indicati come “sostenibili” che in realtà non lo sono. L’inchiesta è stata coordinata dalla giornalista indipendente Ludovica Iona, con i media The Guardian, Voxeurop, Mediapart (Francia), Altreconomia (Italia), Público (Spagna), Investigative Reporting Denmark, Deutsche Welle (Germania).
Dal lavoro emerge che due escamotage contabili consentono ai produttori di presentare questi imballaggi come “da plastica riciclata al 50%” o “al 100%” o “sostenibile”.
I trucchi contabili
Grazie a un sistema di crediti di carbonio, attraverso la procedura di “contabilità a bilancio di massa” si riferisce l’input riciclato a determinati lotti di output. Come ha spiegato Stefano Valentino sul Guardian, «se il 5% di olio di pirolisi (miscelato al 95% di nafta) viene attribuito al 5% di 100 tonnellate, quelle 5 tonnellate possono essere certificate come imballaggio “riciclato al 100%”, anche se contengono solo materie prime fossili e nessun materiale effettivamente riciclato».
In più, questi imballaggi vengono presentati sul mercato con il plusvalore delle “emissioni evitate“: «Sottraendo il carbonio che sarebbe stato rilasciato se un volume di rifiuti equivalente a quello riciclato fosse stato incenerito, si ottiene un risparmio apparente rispetto alla produzione di plastica vergine».
Un inganno per i consumatori?
Le etichette di “plastica riciclata” basate sul bilancio di massa sono emesse dall’ente certificatore International Sustainability and Carbon Certification (ISCC). I produttori di plastica le trasmettono poi ai marchi di prodotti confezionati. Secondo Helmut Maurer, ex esperto senior del dipartimento Ambiente della Commissione Europea «L’intero processo è etichettato come riciclo della plastica, mentre l’uso di combustibili fossili aumenta perché è obbligatorio includere materie prime vergini».
Chi paga e chi guadagna
L’inchiesta ha anche messo in luce che il bilancio dell’Unione Europea ha sostenuto progetti di riciclaggio chimico con sovvenzioni e investimenti azionari per oltre 760milioni di euro. Due terzi delle sovvenzioni sono destinati al processo della pirolisi, di cui quasi la metà va a impianti che alimentano direttamente le catene di approvvigionamento delle maggiori industrie petrolchimiche o di società ad esse collegate. Il bilancio dell’Ue è finanziato dai contributi degli Stati membri.
Foto: Canva
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