Il Disegno di legge sulla caccia, approvato in Senato lo scorso 23 giugno, è in questi giorni discussione alla Camera. Durante i lavori in commissione Agricoltura, alcuni esponenti delle organizzazioni ambientaliste ed esperti sono stati ascoltati ieri da deputati di maggioranza e opposizione.
Si tratta di rappresentanti della Società italiana di etologia, del Centro italiano studi ornitologici (Ciso), dell’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) Italia, della Lega italiana per la protezione degli uccelli (Lipu), dell’Ente nazionale protezione animali (Enpa), di Legaambiente, del Wwf, della Lega per l’abolizione della caccia (Lac).
Nel disegno di legge la caccia è definita “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”. E, in questo cambio di linguaggio e di significato, i cacciatori sono definiti “bioregolatori”.
Ma etologi e ambientalisti ritengono che questo ruolo di bioregolatore affidato a chi pratica l’attività venatoria «non abbia alcun fondamento scientifico» e che il provvedimento vada «fermato perché non aiuta né l’agricoltura e neanche la fauna selvatica».
La legge sulla caccia in discussione a Montecitorio ha tolto centralità alla scienza, sottraendo voce all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Gran parte delle valutazioni necessarie a controllo e gestione degli animali sono infatti affidati al Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale (Ctfvn): organismo composto prevalentemente da cacciatori.
Oggi sappiamo però, sottolineano le associazioni, che gli ecosistemi sono comunità e habitat strettamente connessi e dinamici. Quando si interviene su una specie si creano conseguenze non sempre prevedibili e a catena su altre popolazioni ed elementi ambientali. Per gli scienziati e ambientalisti auditi il disegno di legge sulla caccia va riscritto nuovamente sulla base di un dialogo con fonti scientifiche.
Tra le organizzazioni consultate solo l’Associazione italiana per la wilderness ha espresso un apprezzamento sul ddl caccia quale «punto di partenza» per trasformare in risorsa la fauna selvatica, come in Spagna, attraverso una “gestione attiva”, sottolineando i danni da cinghiali che in Italia superano i 20 milioni di euro.
Cinghiali che, però, va ricordato, sono stati immessi dall’estero dalla metà del secolo scorso a scopo venatorio, senza tener conto della pianificazione faunistica.
Foto: Andreas 160578, Pixabay
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