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La cupola di Chernobyl e la prevenzione del rischio

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La cupola di Chernobyl

A dicembre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha dichiarato la necessità di una ristrutturazione della cupola che protegge il reattore quattro di Chernobyl. Danneggiata a febbraio da un drone durante un attacco russo, rischiava la perdita “delle sue principali funzioni di sicurezza, tra cui la capacità di isolamento, anche riscontrato che non vi sono danni permanenti alle sue strutture portanti o ai sistemi di monitoraggio”.

Il reattore fu protagonista dell’incidente del 26 aprile 1986: ne fu prodotta una nube di materiale radioattivo che raggiunse parte dell’Europa. Inizialmente l’Unione Sovietica minimizzò le dimensione del disastro, ma dopo l’evacuazione fece costruire rapidamente una struttura di cemento e acciaio per isolare il reattore danneggiato, il cosiddetto “sarcofago”.

Per rendere meno precaria la situazione a Chernobyl dopo la dissoluzione dell’Urss si creò la struttura attuale, a cupola, che ricopre il vecchio “sarcofago” di acciaio e calcestruzzo, ritenuto insufficiente. Alta 110 metri e larga 256, fu realizzata altrove, per non esporre gli operai alle radiazioni, e poi portata sopra il reattore. Nove anni di lavoro, 2,2 miliardi di euro di costi coperti da 45 Paesi, dalla Ue e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Il rapporto pubblicato dall’AIEA subito dopo l’attacco del febbraio 2025, ha rilevato radiazioni stabili e assenza di tracce di fughe radioattive nell’area di 2.600 chilometri quadrati intorno alla centrale, evacuata dopo l’incidente e non più abitata. Il report prevede, inoltre, “ulteriori riparazioni temporanee” nel 2026 e lavori definitivi una volta terminato il conflitto in Ucraina. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica “sono state eseguite limitate riparazioni temporanee sul tetto, ma una ristrutturazione tempestiva e completa resta essenziale per prevenire un ulteriore degrado e garantire la sicurezza nucleare a lungo termine”. Mentre una parte dell’opinione pubblica si interroga se la via più semplice ed economica di cura e prevenzione del rischio non sia la scelta di alternative energetiche rispettose dell’ambiente e che non comportino effetti collaterali catastrofici.

Foto: Wikimedia Commons

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