Riscaldamento globale e sollevamento tettonico sono, per il Cnr, i due processi coinvolti nel disastro idrogeologico avvenuto il 26 agosto in Nepal. Quel giorno una valanga di ghiaccio e roccia è precipita dalle alte quote dell’Himalaya portando al cedimento di una diga naturale. Il fiume Lhende Khola ha liberato a valle un’ondata di acqua, fango e detriti causando la devastazione del distretto di Rasuwa, nel Nord del Nepal, e delle aree di confine con il Tibet.
Da oltre trent’anni il Cnr, attraverso l’Osservatorio Piramide (unico centro metereologico in quota nell’arco himalayano), monitora una zona situata 130 chilometri a est della valle colpita. Per comprendere come questi fenomeni stiano cambiando l’Himalaya e grazie alla serie storica di dati climatici, lunga e ininterrotta, di cui il Cnr dispone, l’Istituto di scienze polari (Cnr – Isp) e l’Istituto di ricerca sulle acque (Cnr-Irsa) hanno pubblicato sulla rivista Earth System Science Data la ricerca What is climate change doing in the Himalaya?, riunendo informazioni utili per ricostruire le anomalie nelle temperature e le precipitazioni che hanno portato al disastro del 26 agosto.
Spiega Franco Salerno del Cnr-Isp: «Il contesto della tragedia è l’interazione di due macro-processi. Da un lato, il continuo sollevamento tettonico dell’Himalaya rende più probabili crolli e cedimenti. Dall’altro, il riscaldamento globale degrada il permafrost e accelera la fusione glaciale. Gli scienziati di Icimod (il Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna del Nepal, ndr) invitano alla cautela nello stabilire un nesso causale diretto per questo singolo episodio, ma la sinergia tra fragilità geologica e forzante climatica trasforma inesorabilmente queste aree in ambienti ad altissimo rischio».
Secondo le analisi, infatti, nell’Himalaya centrale nell’ultimo ventennio le temperature massime estive sono aumentate e il regime monsonico aumenta le precipitazioni – e dunque le temperature – per via di ghiacciai “umidi” e del loro scioglimento (con una media annuale di massa perduta di 0,33 metri d’acqua, rispetto alla media regionale di 0.25). Spiega Nicolas Guyennon del Cnr-Irsa: «In risposta al riscaldamento globale i ghiacciai himalayani generano una “bolla fredda” locale, mitigando l’eccesso di calore e il conseguente innesco di fusioni che potrebbero dare origine a valanghe. Tuttavia, questa resilienza si sta esaurendo e gli eventi criosferici estremi rischiano di essere sempre più frequenti».
Immagine: Foto satellitare del porto cinese di Gyirong prima e dopo il passaggio della frana. Fonte: Wikimedia
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