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Ecomondo / 5 Nov. 2014

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Ecomondo / 5 Nov. 2014
Analisi di efficacia delle filiere di recupero di materia: metodologia e risultati preliminari

[Organizzato dal Comitato tecnico scientifico ATIA-ISWA Italia, Relatori: Antonella Fiore, Simonetta Tunesi e Paola Muraro]

di Luca Pomili

Tema centrale del convegno presentato da ATIA-ISWA il primo giorno fieristico è stato quello dello studio del calcolo della percentuale di recupero dei rifiuti raccolti in modo differenziato. È stata argomentata la tesi per la quale non bisognerebbe concentrare i sforzi politici al continuo aumento della percentuale di raccolta differenziata, quando tecnicamente sarebbe utile capire, oggi, quanto di quello raccolto in modo differenziato viene recuperato.
Per far ciò e per riuscire ad avere un dato comune a livello nazionale avremmo bisogno dei dati dei singoli enti, delle Arpa, dei consorzi e delle aziende del settore. Ma la parte complicata è proprio il reperimento di dati utili e significativi negli impianti e rendere confrontabili le informazioni e i dettagli provenienti dalle grandi e piccole città.
Ogni singolo contesto urbano, che vuole contribuire al vero sviluppo sostenibile, dovrebbe oggi puntare ad una gestione ottimale del recupero di materia dai rifiuti e analizzare periodicamente a livello quali-quantitativo il raccolto e studiare l’efficacia dei propri servizi.
Inoltre per avere un quadro significativo e utile ai fini della stima della quantità dei rifiuti che effettivamente vengono recuperati dopo essere stati intercettati dalla raccolta differenziata, si dovrebbe analizzare l’efficacia dell’intera filiera industriale del recupero di materia presentando una moderna analisi dei flussi delle varie frazioni merceologiche, con l’approccio del ciclo di vita (LCA), riportando anche le diverse percentuali di scarti delle varie operazioni. Secondo questo approccio bisognerebbe chiudere quantitativamente tutti i flussi di materia, dalla produzione al fine vita (rifiuto del cittadino), dal conferimento alla raccolta (di prossimità, porta a porta, isole ecologiche, mono-materiale, multi-materiale, etc.), dalle stazioni di trasferenza agli impianti intermedi di selezione e cernita, dai trattamenti primari a quelli finali di riciclaggio, dallo smaltimento al riutilizzo, dai trattamenti degli scarti che possono generare anche energia al loro smaltimento in discarica e definire a priori i confini del sistema studiato. Non tralasciare nessuna delle operazioni intermedie che un rifiuto di origine domestica, commerciale e industriale può subire dopo essere stato raccolto, includendo così tutte le fasi di gestione, tutti i trattamenti e i flussi degli scarti e le varie fasi di trasporto. È anche vero che si ha a che fare con vari flussi di rifiuti che generano filiere estremamente diverse fra loro, il che rende difficile in partenza una standardizzazione degli approcci. Più si hanno flussi di materiali omogenei più le filiere risultano meno complesse. Ecco allora che ha senso spingere la raccolta differenziata e raggiungere percentuali sempre più alte.
È possibile però in questo modo applicare a scala nazionale questo metodo di quantificazione dell’efficacia e individuare così facendo tutta una serie di elementi che aumentino il rendimento dei processi di recupero? Questi sono i presupposti presenti anche nella varie direttive quadro, le quali rimarcano la necessità di migliorare la qualità dei dati e delle diverse statistiche, di aumentare i dati di cui si è a conoscenza, di organizzare i dati in un sistema “Paese” e non solo aziendale, di analizzare il grado di conoscenza attuale del sistema nazione di recupero, di adeguare le reti impiantistiche a valle e di non fermarsi all’indice % ma conoscere realisticamente la filiera del riciclo.
Bisogna poi considerare il fatto che questo è un sistema che scambia costantemente materia ed energia con il mondo esterno e che ogni filiera rappresenta una fonte di risorse ma anche di inquinamento.
Se non si incomincia a descrivere il sistema in questi termini non si quantificherà mai nulla e non ha senso farlo diversamente. Tutti i studi di LCA sul riciclaggio che possiamo trovare in giro non hanno valore e non possono essere presi seriamente in conto se questi all’interno non hanno rappresentato e non hanno dato il giusto peso alla fase di trasporto, ad esempio. Bisogna evidenziare tutti i passaggi e tutti gli scarti di ogni passaggio, fare tabelle dei flussi e possibilmente rappresentare tutti i possibili punti di collegamento fra le innumeroveli filiere. Ad oggi non si sa precisamente quanto dalla quantità totale raccolta diventa materia riutilizzabile. Non si sa perchè ci perdiamo la contabilizzazione degli scarti e delle frazioni estranee conferite erroneamente. Continuando a mancare i dati delle singole fasi all’interno di una filiera, l’ignoranza farà ancora la padrona e continueremo a gestire il rifiuto in un’ottima locale e per sentito dire. Inoltre i soli dati a disposizione sono aggregati e non rappresentativi della singola tipologia di raccolta (non abbiamo la % di recupero dalla raccolta differenziata porta a porta  o dalla raccolta differenziata di prossimità, ma abbiamo % di recupero dalla raccolta differenziata totale in tutte le sue forme. Poi altro quesito: quale quantitativo a livello nazionale proviene agli impianti direttamente dalla raccolta mono materiale e quale quantitativo arriva negli stessi impianti omogeneo ma selezionato in altri impianti intermedi?) o provengono da singoli specifici studi locali, dai mud, dai singoli comuni, dalle singole provincie, dall’ISPRA. Questi studi, poi, nascono con diversi obiettivi e con diverse fonti di dati. Allora la domanda sorge spontanea: riunirsi attorno ad uno stesso tavolino e condividere i propri dati?
Riuscendo ad implementare un sistema così fatto si avrebbero invece le basi scientifiche per comprendere quale forma di raccolta risulterebbe più indicata per la valorizzazione della materia attraverso il recupero e per generare minori scarti e quali trattamenti successivi e quale forma di gestione del rifiuto incentivare affinchè meno materia si perda inutilmente.
Questo servirebbe anche ad informare il singolo cittadino riguardo ai diversi percorsi e alle diverse destinazioni intrapresi dai propri rifiuti dopo il conferimento. Con queste informazioni migliorerebbero anche i comportamenti degli stessi cittadini.
Tentare allora una vera ricostruzione dei flussi a livello nazionale con pubblicazioni nazionali, convegni e con l’aiuto persuasivo di internet. I dati disponibili pubblicamente sono numerosi ma gestiti purtroppo male. Non è possibile voler tirare fuori un bilancio complessivo di materia mancando i dati relativi agli scarti e come questi sono connessi alle singole modalità di raccolta e mancando analisi approfondite di tutte le frazioni: quindi non è possibile fare considerazioni sull’efficienza del recupero in Italia ed è impossibile quindi esprimerla con un numero percentuale. L’obiettivo è di formare un metodo di analisi comune, allargare la base dei dati disponibile, aumentare le conoscenze delle filiere a livello nazionale e costruire un archivio di dati comune. Per risolvere il problema si deve parlare di tutto, altrimenti si parla del niente. La sola % di raccolta differenziata non da il senso della complessità e dell’ efficacia di una gestione, non da criteri utili per una seria valutazione e non da la relativa dimensione.

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